Quando la sensibilità al freddo è un segnale
La fitta col freddo che passa subito è una cosa, quella che resta è un'altra. Come si distinguono, e cosa si fa.
Conservativa
L'ipersensibilità dentinale è una scossa breve: arriva con il freddo, il dolce, l'aria o il passaggio dello spazzolino, e finisce quando finisce lo stimolo. Succede perché la dentina, lo strato sotto lo smalto, è rimasta scoperta in qualche punto. Non è una carie e non è sempre il nervo. In visita si guarda dove è scoperta e perché.
Il segno tipico è la rapidità. Il dente reagisce subito allo stimolo e si calma in pochi secondi, senza lasciare dolore dietro di sé. Spesso non è un dente solo: la persona mi racconta che tutto un lato è diventato sensibile, o che la fascia vicino alla gengiva dà fastidio quando si lava i denti.
Gli stimoli che la fanno comparire sono quasi sempre gli stessi. L'acqua fredda, il gelato, la frutta acida, il dolce, un soffio d'aria d'inverno, le setole dello spazzolino su un punto preciso. Il fastidio si localizza male: molte persone sanno indicare la zona, non il dente.
Quando invece il dolore parte da solo, dura minuti, si sveglia di notte o pulsa, non siamo più nell'ipersensibilità. Quello è un quadro diverso, che va letto in altro modo: ne parlo in «Quando la sensibilità al freddo è un segnale».
La dentina è percorsa da tubuli microscopici che comunicano con la polpa. Finché è coperta da smalto o dalla gengiva, non sente nulla. Quando quella copertura si assottiglia o si ritira, gli stimoli di temperatura arrivano dentro ai tubuli e il dente risponde. È un meccanismo fisico, non un'infezione.
Le cause che vedo più spesso sono tre e di solito convivono. Lo smalto consumato sulle punte e sulle superfici di masticazione, soprattutto in chi stringe i denti. Gli acidi: reflusso, agrumi, bibite, vino, che sciolgono lentamente lo smalto. E lo spazzolamento troppo energico in orizzontale, che apre un solco liscio proprio al bordo della gengiva.
C'è anche la gengiva che si ritira e lascia esposta la radice, dove lo smalto non c'è affatto. Quando il tessuto è solo retratto e il dente è intatto, il problema non è mio e indirizzo a una valutazione con il collega giusto. Quando sulla radice si è già formato un solco o una cavità, lì si lavora.
Prima di tutto cerco di capire quale dente è. Passo lo strumento con delicatezza sulle superfici esposte e provo con un piccolo getto d'aria, un dente per volta, isolando gli altri. La reazione mi dice dove è il punto. Molte persone scoprono in quel momento che il dente che accusavano non era quello.
Poi guardo cosa c'è in quel punto. Un solco liscio e lucido al colletto parla di consumo. Un bordo ruvido e scuro parla di carie, e in quel caso la strada cambia: ne scrivo in «Quella riga scura sul bordo della gengiva». Un margine scalino su una vecchia otturazione parla di infiltrazione. Una linea che corre sulla cuspide parla di una fessura.
Se il quadro non è chiaro, o se il dente risponde in modo sproporzionato, aggiungo una radiografia e un test di vitalità. Serve a distinguere una dentina scoperta da una polpa infiammata. Sono due cose che si curano in modo molto diverso, e sbagliare la lettura significa aprire un dente che non andava aperto.
Dove la dentina è esposta ma la forma del dente è ancora buona, si sigilla. Applico sulle superfici sensibili prodotti che chiudono i tubuli e riducono il passaggio degli stimoli. È una procedura breve, si fa nella stessa seduta e di solito va ripetuta una o due volte a distanza di settimane per vedere l'effetto stabile.
Dove invece il dente ha già perso sostanza, sigillare non basta. Se al colletto si è scavato un solco, lo ricostruisco con composito: riporto il profilo, copro la dentina e riporto la superficie liscia, così lo spazzolino non ci lavora più dentro. È qui che la frase vale alla lettera: il dente si ripara prima che serva di più.
Se la sensibilità arriva da un'otturazione che non sigilla più ai bordi, si rifà quella. Se arriva da un dente consumato su tutta la superficie masticante, la cosa onesta è ricostruirne la forma, non solo tappare un punto. In quel caso valutiamo se basta un composito o se conviene un intarsio, e lo decidiamo guardando quanto dente è rimasto.
Due cose aiutano subito. Uno spazzolino a setole morbide, usato con movimenti piccoli e senza premere, e un dentifricio per denti sensibili lasciato agire: se ne mette un poco sul dito, si appoggia sul punto che fa male e si lascia lì un minuto prima di sciacquare. Dà sollievo in qualche giorno, non in un'ora.
Poi c'è il tempo. Dopo un alimento o una bevanda acida lo smalto è momentaneamente ammorbidito: spazzolare subito lo consuma. Meglio sciacquare con acqua e aspettare mezz'ora. E se si beve qualcosa di acido tutti i giorni, vale la pena dirlo in visita, perché quello spiega una sensibilità diffusa meglio di qualunque radiografia.
Non tocco un dente per una sensibilità comparsa da pochi giorni e in calo, soprattutto dopo un'igiene o un lavoro recente. Lì si aspetta e si ricontrolla. Mettere un composito su una superficie che non ha perso nulla significa aggiungere un margine in più, e ogni margine è un punto che un giorno andrà rivisto.
Non devitalizzo un dente perché è sensibile al freddo. La devitalizzazione risolve un problema della polpa, non una dentina scoperta, e su un dente vivo che reagisce solo allo stimolo sarebbe un passo indietro. Si fa quando gli esami dicono che la polpa non recupera, non per togliere un fastidio.
E se la sensibilità non si spiega con quello che vedo in bocca, o riguarda contemporaneamente molti denti senza usura visibile, preferisco fermarmi e indirizzare a una valutazione con il collega giusto. Meglio una visita in più che un lavoro fatto sulla gamba sbagliata del problema. La decisione si prende insieme, in visita.
Se le sta succedendo questo, una visita dice se il dente si tiene.
A volte sì, se la causa smette: cambio di spazzolamento, meno acidi, fine di un periodo di stress. Se invece la dentina è scoperta per una perdita di sostanza, il punto resta esposto e il fastidio tende a tornare.
Non necessariamente. La carie dà spesso un fastidio più localizzato e legato al dolce, e si vede come margine ruvido o scuro. L'ipersensibilità da dentina esposta ha superfici lisce e lucide. In visita si distinguono guardandole e sondandole.
Aiuta molti pazienti, se usato con costanza e lasciato agire sul punto. Non ricostruisce quello che il dente ha perso. Se dopo tre o quattro settimane il fastidio è uguale, conviene una visita per capire perché.
No, non per questo. La sensibilità da dentina scoperta si affronta sigillando o ricostruendo la superficie. La devitalizzazione riguarda la polpa, e si valuta quando il dolore diventa spontaneo, prolungato o notturno.
Perché la causa di solito è generale, non di un dente: acidi nella dieta o da reflusso, spazzolamento energico su un intero lato, digrignamento notturno. Il quadro si legge guardando tutta la bocca, non un elemento.
Nei primi giorni può accadere e in genere diminuisce. Se dura oltre qualche settimana, o compare dolore al morso, va ricontrollata: può essere un contatto alto o un margine che non sigilla. Un controllo basta a capirlo.
Dipende da cosa si trova. Sigillare le superfici è breve e si fa subito, con un richiamo per verificare. Se c'è da ricostruire un colletto consumato o rifare un'otturazione, si programma il lavoro dopo la visita.
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